Un dettaglio della locandina di Bussano alla porta

La carriera di Shyamalan ha percorso traiettorie imponderabili. Il successo è arrivato con la prima grande produzione, Il sesto senso, e da quel momento è stato il regista del colpo di scena finale, quello del twist che ti ribalta il film. Un fama che ha condizionato gli alti e bassi successivi, tra sceneggiature alla ricerca ossessiva della rivelazione finale, liberatori slanci personali e la personale ossessione per i supereroi. Il filo che accomuna la ultraventennale carriera da regista di Shyamalan è lo zero interesse che il regista di origine indiana ha prestato a chi negli anni ha provato a demolirlo. Questo gli va riconosciuto: anche quando ha rischiato di diventare una parodia di se stesso, Shyamalan  ha sempre fatto quello che ha voluto (e ha anche sempre trovato un produttore disposto ad accontentarlo, segno che gli incassi non sono mai mancati aggiungerei). 

Lo Shyamalan di oggi però porta tutti i segni dello Shymalan che fu e il suo penultimo film, Old, gridava in ogni fotogramma di quel superfluo, didascalico e straniante spiegone finale la volontà di togliersi di dosso la nomea di quello dei twist e dedicarsi finalmente ad altro. Bussano alla porta, anch’esso basato su un’opera letteraria (La casa alla fine del mondo di Paul Tremblay), è una versione molto più elegante e riuscita (ma forse un po’ meno selvaggia) di ciò che Old avrebbe voluto essere.

So che a questo punto pare un controsenso, ma per raccontare la trama di Bussano alla porta è necessario rivelare un dettaglio, che viene spiegato nella parte iniziale del film, ma che costituisce uno spoiler, perché il trailer ufficiale e tutto il materiale promozionale lo cita solo piuttosto vagamente. Perciò, se siete tra quelli che giustamente vogliono arrivare alla visione privi di contaminazioni esterne, saltate quanto meno questo paragrafo. Dicevamo, la trama: il tranquillo weekend nel bosco di Eric, Andrew e la loro piccola figlia adottiva Wen viene interrotto dalla comparsa di un quartetto di sconosciuti capitanati da Leonard (Dave Bautista). I quattro non vogliono far del male alla coppia, ma sono portatori di un messaggio che può essere recapitato solo con la forza: il mondo sta finendo e l’Apocalisse può essere scampata solo solo attraverso il sacrificio di uno tra Eric, Andrew o Wen. La scelta è nelle loro mani: uccidere il proprio compagno, il proprio genitore, la propria figlia, o condannare l’umanità all’estinzione violenta e immediata. 

I paralleli con Old sono tanti, dallo spazio di scena piuttosto limitato al cast di personaggi quasi sempre tutto contemporaneamente in scena, decimato uno alla volta mentre il tempo scorre, il tutto avvolto nel clima di un evento surreale in cui l’incredulità dello spettatore è messa costantemente alla prova dall’ambivalenza di ciò che sta osservando. In questo senso è da sottolineare la prestazione di Dave Bautista, araldo dell’Apocalisse a cui spetta il complicato ruolo di risultare minaccioso per il futuro che vaticina con inquietante convinzione e al contempo rassicurante per i modi delicati con cui vorrebbe gestire la prigionia dei suoi agnelli sacrificali. 

Se Old però cercava di defilarsi dalla portata politica del materiale d’origine e di allontanarsi dalla priva versione di sé celebrata per i ribaltamenti di prospettiva, in questa occasione Shyamalan non si sottrae e affronta temi e fantasmi con un’eleganza rara. Bussano alla porta costringe a scontrarsi col seme del pregiudizio, proprio e dei personaggi, attraverso una costruzione della vicenda spiazzante non per il gusto di sorprendere, ma per la necessità di accettare la complessità delle opinioni, l’inspiegabilità delle credenze e il carico di significati che finiamo per far gravare sulle coincidenze. Tra le quattro mura della cabina nel bosco il regista de Il sesto senso ritrova il sé più autentico, quello capace di ribaltare le attese facendola sotto il naso di chi guarda: c’è un momento in cui Leonard, nel tentativo di convincere della fondatezza delle sue convinzioni le tre persone che sta tenendo legate, prova a spiegare loro che quello che stanno vivendo non è una home invasion. Ed è al contempo vero e falso, dentro e fuori lo schermo, perché Bussano alla porta potrebbe rientrare pienamente nel genere della home invasion, solo che questa volta gli invasori non voglio far male a nessuno e la svolta non è rappresentata dalla rivalsa violenta degli abitanti. 

Le pellicole di Shyamalan  si prestano quasi sempre alle critiche, e anche Bussano alla porta non è un film perfetto, ma quello che non si può negare è il talento del suo regista dietro la macchina da presa, la capacità di trovare sguardi e inquadrature personali, di trasformare gli spazi asservendoli alle sue necessità: più in generale una padronanza del mezzo che spesso lo conduce a eccessi (in Old ce n’erano parecchi), ma che quando è tenuta a bada come in questa occasione spiega perfettamente perchéShyamalan abbia sempre trovato qualcuno disposto a scommettere su di lui. 

La nota peggiore della pellicola è, ironicamente, ancora una volta il finale, fortunatamente non parossistico, ma comunque eccessivamente lineare e in qualche misura non necessario: riconosco, tuttavia, come quest’ultima opinione rappresenti però solo il mio gusto personale e non un dato oggettivo. Per Shyamalan, invece, il suo Bussano alla porta che è un po’ thriller, un po’ un home invasion, un po’ una rom-com, o più in generale una non banale riflessione sull’amore e sulla fede con le radici ben salde nel presente, necessitava proprio di quel finale, perché nell’incertezza in cui ha lasciato lo spettatore per un’ora e mezza aveva bisogno di mettere un punto fermo. E francamente questa volta non mi sento di contestargli nulla.



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Claudio Magistrelli

Pessimista di stampo leopardiano, si fa pervadere da incauto ottimismo al momento di acquistare libri, film e videogiochi che non avrà il tempo di leggere, vedere e giocare. Quando l'ottimismo si rivela ben riposto ne scrive su Players.

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